1975


“Si fossi un butin, un fiolo, un ceo…”, se fossi ancora uno di quelli, che corre nell’erba bagnata con i calzini Ragno rosso mattone a ghirigori verdi, le braghette di un improbabile marron, e il naso trascurato, tra mocoli e altra roba rappresa. Conosco Maria, Paolo, “la Fede”, Zeno, “l’Ale”, Sante, Anastasia, i due little Ricky, Rachele, Leo, Martino e tanti altri. Sangue di sangue. I miei amici, in miniatura. In quei tratti delicati che si sovrappongono l’incontro del loro amore, di un amore, dell’istante. Piccoli soli luminosi e purissimi. Io sono come loro. Io sono loro. Le calze di lana che pizzicano, i discorsi noiosi, la sabbia che non si stacca dai piedi, il mio foglio da disegno davanti e le matite a cera. Non capisco bene un po’ di cose. Ma non è un problema. Attraverso il tempo come un delfino, come quella volta che Matteo nella merda di vacca ce l’ho spinto davvero, ma poi non l’ho detto (tanto lui non lo sapeva). Ma se lui lo sapeva e non lo ha detto vuol dire che era davvero il mio amico. Ed è tutto un po’ così. Basta ricordarsi di giocare, dell’uva caramellata sugli stecchi a Milano Marittima, a tutte quelle parole che se le dicono da soli. Per quella piccola foto, sempre unica, davvero speciale, che fissa l’istante.​

Galliziolab, settembre 2014

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