Il cubano


Proporzioni da rospo e mocassini, pelle pallida e indurita, chiazze dell’età. Muratore, facchino, seduto ai tavolo del bar, pensionato.“Sì, li in fondo a via Ripamonti, la domenica all’abbazia ci andava la mamma da sola, il papà no, ma non era nei campi. Vengo da lì” mi racconta. Ciuccia una specie di sigaro spento. Lo conosco da quando Enzo aveva la tabaccheria in via Bixio, arrivava incazzato perché aveva bisogno di una stecca di Diana, perché quelle “che costano meno” le aveva finite. Certo, fumava, fuma sempre molto.

La nostra soave ignoranza, i suoi racconti (sempre uguali, ma diversi nelle sfumature), isole lontane, Baleari, pelli mulatte, donne bellissime e tristi, bollettini da pagare, da fumare di contrabbando. Un caffè corretto rhum, un sorriso con gli occhi che si piegano in giù, la guerra fatta in un qualche canalone di fango, i denti d’oro (“che valgono sempre qualcosa”), la Fulvia (“che poi ho sposato la Rosetta, che non la voleva più nessuno, un po’ come me”). Domani parto. Tra tre mesi non so se torno.

È sceso al semaforo, agile come un gatto, da una Mercedes marron. Il pranzo del martedì, coi cinque amici dell’infanzia, tutti vedovi. A mangiare polenta e somaro in umido, vino rosso e i soliti ricordi che ogni volta sembrano più belli.

“Ma tu hai la vita davanti” mi dice il cubano.

Galliziolab, novembre 2014

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