Nella verità superficiale è falso il contrario. Nella verità profonda, anche il contrario è vero. (Nils Bohr)

Ed un giorno non ci pensi piu. E’ solo il vento, che scioglie i nodi invisibili. Li hai custoditi per ingenuità, per errore. Impara a volare, ora puoi. 

7 marzo 1995. Un paio di Tennent’s con Francesca B., parecchie Dunhill’s rosse, l’alano grigio che sonnecchiava sotto il flipper. Quasi due ore per la messa in piega, i capelli che mi arrivavano a meta’ schiena.

8 marzo 1995. Al mattino presto il cielo blu notte e grigio scuro, portava frammenti di neve. Ad ora di pranzo caldo agostano e sole intemperante. Blazer navy, regimental panna, rosa antico ed azzurro pallido, i pochi e fondamentali amici con me, mia madre spaesata. Il mio relatore, Lorenzo P., mi ha condotto per mano sulle poche cose che sapevo raccontare meglio. 

Qualche mese dopo ho tagliato i capelli, ho continuato a rasare alla perfezione il mio viso.

Era tutto vero, e’ accaduto. Importante. Così vicino che sembra lontano. 

Il gioco (dettaglio), Daniele Nalin

Altre discussioni, altre incomprensioni. Non ne vale la pena, lo so. Ci sono giorni che qualcosa si perde.

Le ho preso un bel regalo per stasera. Nessuna contabilità della ragione e del torto.

Rancore e rimpianto fanno male e basta.

Poi vedo la ragazza davanti all’istituto dei Ciechi, il bastone, lo zaino giallo pulcino, zucca, viola e castagna, un sottobosco in controluce. Quei colori con cui l’ha disegnata chi le vuole bene. Sorride. I lineamenti ed i capelli una carezza. Chiudo gli occhi e mi preparo a respirare.

Per traiettorie diverse, per ragioni senza peso apparente. Il punto d’arrivo non cambia. Anche ieri, a Verona, ho avuto bisogno di stare da solo, di farmi raccontare storie – travestite da conversazione – da persone che non conosco. 

Mi sono svestito di me stesso per non dover condividere ricordi che non voglio più. La superficie di un lago immobile. 

Oltre le ipotesi del tempo che non torna, gli incontri a cui preferisco fare a meno. 

Ragioni infondate, nessun egoismo particolare. Del resto ogni situazione merita il proprio istante. 

Ieri desideravo altro. Altre persone da incontrare, come Andrea, meno di 30 anni, infinitamente più vecchio e più giovane di me, “quando c’è stato il terremoto ero a letto con mia moglie, le bambine e i nostri 5 gatti”. Io nei panni di un’ombra, persona invisibile, il ghiaccio sul porfido a divorare la luminosità incerta di questo sole. Poi sul treno che mi ha riportato a casa. Tre donne indiane – due giovani e magre, l’altra anziana e debordante – mi studiano e parlottano, abiti che sanno di cucina, orecchini giganteschi su lobi e narici, tessuti e colori che non potrebbero essere altri, almeno 10 valigie immense, braccia conserte, piedi nudi in calzate particolari, di povertà dignitosa ed arcaica. 

Vila-Matas il mio compagno di viaggio a prestito, come l’uomo che ho sognato stanotte, un tuffo da un altissimo tetto veneziano, un reticolo di crepe, le braccia aperte a croce, la laguna che sa di tabacco e resina. Il corpo in volo diventa involucro, bozzolo, sfera ovoidale, implode e si dissolve in polvere di cotone. Dimenticata sull’acqua, quante volte il tempo l’avrà già dispersa. Impalpabile.

Volevo telefonare a Laura, a Francesco, un caffè insieme. Sarà per la prossima volta. Quando il mio umore sarà altro. Meno lunare.

Scritto il 7 febbraio 2012/REV

Trovava sempre il modo per farmelo sapere la sera prima.

Ci incontravamo sotto casa, molto presto al mattino, lui in auto, motore spento, mani sul volante. Lenti scure verde oliva.

“Ciao”

“…”

” E’ da tanto che sei qui?”

“…”

“…”

“Come sta tua madre?”

“…”

Fine della conversazione.

Gli piaceva un piccolo bar all’altezza di via Pigna. Un uovo sodo dal cestino di vimini, lo soppesava con calma, un colpo sul bordo del banco, per avere un’unica crepa dove infilare l’unghia e sollevarne il guscio. Lo sbucciava con pochi gesti. Carezze.

Davanti alla mia bocca “Mangia. È per te”.

Mi riportava all’imbocco di via Madonna del Terraglio. Dieci, ventimila lire dalle tasche. “Studia. Mi raccomando”. Un primo bar aperto, aspettavo di entrare a scuola leggendo la Gazzetta. Per sentirmi come quelli di quinta.

14 gennaio 2013